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L'Amore di Cristo

di Giovanni Paolo II


Giovanni Paolo II


"Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu " (Gn 1,3).

Un'esplosione di luce, che la parola di Dio trasse dal nulla, squarciò la prima notte, la notte della creazione.

Scriverà l'apostolo Giovanni: "Dio è luce e in lui non ci sono tenebre " (1 Gv 1,5). Dio non ha creato le tenebre, ma la luce! E il Libro della Sapienza, rivelando chiaramente che l'opera di Dio obbedisce da sempre ad una finalità positiva, così si esprime: "Egli ha creato tutto per l'esistenza; / le creature del mondo sono sane, / in esse non c'è veleno di morte, / né gli inferi regnano sulla terra " (Sap 1,14).

«Rimani con noi, Signore, perché si fa sera» (cfr Lc 24,29). Fu questo l'invito accorato che i due discepoli, incamminati verso Emmaus la sera stessa del giorno della risurrezione, rivolsero al Viandante che si era ad essi unito lungo il cammino. Carichi di tristi pensieri, non immaginavano che quello sconosciuto fosse proprio il loro Maestro, ormai risorto. Sperimentavano tuttavia un intimo «ardore» (cfr ivi, 32), mentre Egli parlava con loro «spiegando» le Scritture. La luce della Parola scioglieva la durezza del loro cuore e «apriva loro gli occhi» (cfr ivi, 31). Tra le ombre del giorno in declino e l'oscurità che incombeva nell'animo, quel Viandante era un raggio di luce che risvegliava la speranza ed apriva i loro animi al desiderio della luce piena. «Rimani con noi», supplicarono. Ed egli accettò. Di lì a poco, il volto di Gesù sarebbe scomparso, ma il Maestro sarebbe «rimasto» sotto i veli del «pane spezzato», davanti al quale i loro occhi si erano aperti.

Gesù svela l'essenza di Dio e conferma il suo amore immenso per l'uomo.

Le Letture liturgiche della Veglia Pasquale uniscono tra di loro i due elementi del fuoco e dell'acqua. L'elemento del fuoco, che dà la luce, e l'elemento dell'acqua, che diventa la materia del sacramento della rinascita, cioè del santo Battesimo.

"Fiat lux", "faciamus hominem": queste parole della Genesi rivelano tutta la loro verità, quando vengono passate al crogiuolo della Pasqua del Verbo (cfr Sal 12,7). Durante la quiete del Sabato Santo, attraverso il silenzio della Parola, esse giungono alla pienezza del loro significato: quella "luce" è luce nuova, che non conosce tramonto; quell'"uomo" è "l'uomo nuovo, creato secondo Dio, nella giustizia e nella santità vera" (Ef 4,24).

La nuova creazione si realizza nella Pasqua. Nel mistero della morte e risurrezione di Cristo tutto è redento, e tutto ridiventa perfettamente buono, secondo il disegno originario di Dio.

Le ombre si distendono
scende ormai la sera
e si allontanano dietro i monti
i riflessi di un giorno che non finirà,
di un giorno che ora correrà sempre
perché sappiamo che una nuova vita
da qui è partita e mai più si fermerà.

Resta qui con noi il sole scende già,
resta qui con noi Signore, è sera ormai.
Resta qui con noi il sole scende già,
se tu sei fra noi la notte non verrà.

S'allarga verso il mare
il tuo cerchio d'onda
che il vento spingerà fino a quando
giungerà ai confini di ogni cuore,
alle porte dell'amore vero;
come una fiamma che dove passa brucia,
così il Tuo amore
tutto il mondo invaderà.

Resta qui con noi...

Davanti a noi l'umanità
lotta, soffre e spera
come una terra che nell'arsura
chiede l'acqua da un cielo senza nuvole,
ma che sempre le può dare vita.
Con Te saremo sorgente d'acqua pura,
con Te fra noi il deserto fiorirà.

Resta qui con noi...

Si trasforma il mondo – veramente si trasforma il mondo – mediante l’amore. Gesù, che passa da questo mondo al Padre, lascia ai suoi discepoli questo comandamento: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato” (Gv 13,34).

Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Non abbiate paura di dare il vostro tempo a Cristo! Sì, apriamo a Cristo il nostro tempo, perché egli lo possa illuminare e indirizzare. Egli è Colui che conosce il segreto del tempo e il segreto dell'eterno, e ci consegna il « suo giorno » come un dono sempre nuovo del suo amore.

L'Amore di Cristo sorpassa ogni conoscenza.

L'amore raggiunge il suo vertice nel dono che la persona fa di se stessa, senza riserve, a Dio ed ai fratelli. Lavando i piedi agli Apostoli, il Maestro propone loro un atteggiamento di servizio: "Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri" (Gv 13,13-14). Con questo gesto, Gesù rivela un tratto caratteristico della sua missione: "Io sto in mezzo a voi come colui che serve" (Lc 22,27).

La vocazione porta in sé la risposta all'interrogativo: perché essere uomo e come esserlo? Questa risposta dà una nuova dimensione a tutta la vita e stabilisce il suo senso definitivo. Tale senso emerge nell'orizzonte del paradosso evangelico circa la vita che si perde volendo salvarla, e che, al contrario, si salva perdendola «a causa di Cristo e del Vangelo», come leggiamo in Marco.

Alla luce di questa parola acquista piena evidenza la chiamata di Cristo: «Va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi». Tra questo «va'» e il successivo «vieni e seguimi» si stabilisce uno stretto rapporto. Si può dire che queste ultime parole determinino l'essenza stessa della vocazione. Si tratta, infatti, di seguire le orme di Cristo («sequi», da cui la «sequela Christi»). I termini «va' - vendi - dallo» sembrano definire la condizione che precede la vocazione. D'altra parte, però, questa condizione non sta «all'esterno» della vocazione, ma si trova già «all'interno» di essa. Infatti, l'uomo fa la scoperta del nuovo senso della propria umanità non solo per «seguire» Cristo, ma in tanto in quanto lo segue. Quando egli «vende ciò che possiede» e «lo dà ai poveri», allora scopre che quei beni e quelle agiatezze, che già possedeva, non erano il tesoro accanto a cui rimanere: il tesoro sta nel suo cuore, reso capace da Cristo di «dare» agli altri, dando se stesso. Ricco non è colui che possiede, ma colui che dà, colui che è capace di dare.

In questo punto il paradosso evangelico acquista una particolare espressività. Diventa un programma dell'essere: essere povero, nel senso dato dal Maestro di Nazaret a un tale «essere», significa diventare nella propria umanità un dispensatore di bene. Ciò parimenti vuol dire scoprire «il tesoro». Questo tesoro è indistruttibile. Esso passa insieme con l'uomo nella dimensione dell'eternità, appartiene all'escatologia divina dell'uomo. Grazie a questo tesoro l'uomo ha il suo definitivo futuro in Dio. Cristo dice: «Avrai un tesoro nel cielo». Questo tesoro non è tanto «un premio» dopo la morte per le opere compiute sull'esempio del divino Maestro, quanto piuttosto è il compimento escatologico di ciò che si nascondeva dietro queste opere già qui, sulla terra, nel «tesoro» interiore del cuore. Lo stesso Cristo, infatti, invitando nel discorso della montagna ad accumulare tesori nel cielo, ha aggiunto: «Là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,20). Queste parole indicano il carattere escatologico della vocazione cristiana e, ancor più, il carattere escatologico della vocazione che si realizza sulla via delle nozze spirituali con Cristo mediante la pratica dei consigli evangelici.

La struttura di questa vocazione, quale si desume dalle parole rivolte al giovane nei Vangeli sinottici, si delinea man mano che si scopre il tesoro fondamentale della propria umanità nella prospettiva di quel «tesoro», che l'uomo «ha nel cielo». In questa prospettiva il tesoro fondamentale della propria umanità si collega al fatto di «essere donando se stessi». Il punto diretto di riferimento in una tale vocazione è la persona viva di Gesù Cristo. La chiamata alla via della perfezione prende forma da lui e per lui nello Spirito Santo il quale a sempre nuove persone, uomini e donne, in diversi momenti della loro vita e prevalentemente nella giovinezza, «ricorda» tutto ciò che Cristo «ha detto» e, in particolare, ciò che «disse» al giovane che gli chiedeva: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». Attraverso la risposta di Cristo, il quale «fissa con amore» il suo interlocutore, l'intenso fermento del mistero della redenzione penetra la coscienza, il cuore e la volontà di un uomo che cerca con verità e sincerità.

In questo modo la chiamata alla via dei consigli evangelici ha sempre il suo inizio in Dio: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti, perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga». La vocazione, nella quale l'uomo scopre fino in fondo la legge evangelica del dono iscritta nella propria umanità, è essa stessa un dono! E' un dono ricolmo del contenuto più profondo del Vangelo, un dono nel quale si riflette il profilo divino-umano del mistero della redenzione del mondo. «In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione» (1Gv 4,10).

Vincere il male con le armi dell’amore diviene il modo con cui ciascuno può contribuire alla pace di tutti. E’ questa la via sulla quale sono chiamati a camminare cristiani e credenti di religioni diverse, insieme con quanti si riconoscono nella legge morale universale.

Carissimi Fratelli e Sorelle, promuovere la pace sulla terra è la nostra comune missione!

All’umanità, che talora sembra smarrita e dominata dal potere del male, dell’egoismo e della paura, il Signore risorto offre in dono il suo amore che perdona, riconcilia e riapre l’animo alla speranza. E’ amore che converte i cuori e dona la pace. Quanto bisogno ha il mondo di comprendere e di accogliere la Divina Misericordia!

L'Eucaristia è luce ! Nella Parola di Dio costantemente proclamata, nel pane e nel vino divenuti corpo e sangue di Cristo, è proprio Lui, il Signore Risorto, che apre la mente e il cuore, e si fa riconoscere, come dai due discepoli ad Emmaus, nello "spezzare il pane" (cfr Lc 24,25). In questo gesto conviviale riviviamo il sacrificio della Croce, sperimentiamo l'amore infinito di Dio, ci sentiamo chiamati a diffondere la luce di Cristo tra gli uomini e le donne del nostro tempo.

Nell'Eucaristia il nostro Dio ha manifestato la forma estrema dell'amore, rovesciando tutti i criteri di dominio che reggono troppo spesso i rapporti umani ed affermando in modo radicale il criterio del servizio: «Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti» (Mc 9,35). Non a caso, nel Vangelo di Giovanni non troviamo il racconto dell'istituzione eucaristica, ma quello della «lavanda dei piedi» (cfr Gv 13,1-20): chinandosi a lavare i piedi dei suoi discepoli, Gesù spiega in modo inequivocabile il senso dell'Eucaristia. San Paolo, a sua volta, ribadisce con vigore che non è lecita una celebrazione eucaristica nella quale non risplenda la carità testimoniata dalla concreta condivisione con i più poveri (cfr 1Cor 11,17- 22.27-34).

Abbiamo bisogno del "pane vivo disceso dal cielo" (Gv 6, 51). Gesù è questo pane. Nutrirci di lui significa accogliere la vita stessa di Dio (cfr Gv 10,10), aprendoci alla logica dell'amore e della condivisione.

Dio è buono proprio perché «è Amore» (1Gv 4,8.16).

Cristo risponde al suo giovane interlocutore nel Vangelo. Egli dice: «Nessuno è buono, se non Dio solo». Abbiamo già sentito che cosa l'altro aveva domandato: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Come agire, affinché la mia vita abbia senso, pieno senso e valore? Noi potremmo tradurre così la sua domanda nel linguaggio della nostra epoca. In questo contesto la risposta di Cristo vuol dire: solo Dio è il fondamento ultimo di tutti i valori; solo lui dà il senso definitivo alla nostra esistenza umana. Solo Dio è buono, il che significa: in lui e solo in lui tutti i valori hanno la loro prima fonte e il loro compimento finale: egli è «l'Alfa e l'Omega, il principio e la fine» (Ap 21,6). Solo in lui essi trovano la loro autenticità e la loro conferma definitiva. Senza di lui - senza il riferimento a Dio - l'intero mondo dei valori creati resta come sospeso in un vuoto assoluto. Esso perde anche la sua trasparenza, la sua espressività. Il male si presenta come bene e il bene viene squalificato. Non ci indica questo l'esperienza stessa dei nostri tempi, dovunque Dio sia stato rimosso oltre l'orizzonte delle valutazioni, degli apprezzamenti, degli atti?

Perché solo Dio è buono? Perché egli è Amore. Cristo dà questa risposta con le parole del Vangelo e, soprattutto, con la testimonianza della propria vita e morte: «Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). Dio è buono proprio perché «è Amore» (1Gv 4,8.16).

L'interrogativo sul valore, l'interrogativo sul senso della vita - abbiamo detto - fa parte della ricchezza singolare della giovinezza. Esso erompe dal cuore stesso delle ricchezze e delle inquietudini, legate a quel progetto di vita che si deve assumere e realizzare. Ancor più, quando la giovinezza è provata dalla sofferenza personale o è profondamente cosciente della sofferenza altrui; quando sperimenta una forte scossa di fronte al male multiforme, che è nel mondo; infine, quando si pone a faccia a faccia col mistero del peccato, dell'iniquità umana «mysterium iniquitatis» (cfr. 2Ts 2,7). La risposta di Cristo suona così: «Solo Dio è buono»; solo Dio è amore. Questa risposta può sembrare difficile, ma nello stesso tempo essa è ferma ed è vera: essa porta in sé la soluzione definitiva. Quanto prego affinché voi, giovani amici, udiate questa risposta di Cristo in modo veramente personale, affinché troviate la strada interiore per comprenderla, per accettarla e per intraprenderne la realizzazione!

Tale è Cristo nella conversazione col giovane. Tale è nel colloquio con ciascuno e con ciascuna di voi. Quando voi gli dite: «Maestro buono ...», egli domanda: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo». E dunque: il fatto che io sono buono dà testimonianza a Dio. «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). Così dice Cristo, maestro e amico, Cristo crocifisso e risorto: sempre lo stesso ieri, oggi e nei secoli (cfr. Eb 13,8).

Tale è il nucleo, il punto essenziale della risposta a questi interrogativi che voi, giovani, ponete a lui mediante la ricchezza che è in voi, che è radicata nella vostra giovinezza. Questa schiude davanti a voi diverse prospettive, vi offre come compito il progetto di tutta la vita. Di qui l'interrogativo sui valori; di qui la domanda sul senso, sulla verità, sul bene e sul male. Quando Cristo rispondendovi vi comanda di riferire tutto questo a Dio, nello stesso tempo vi indica quale di ciò sia la fonte e il fondamento in voi stessi. Ognuno di voi, infatti, è immagine e somiglianza di Dio per il fatto stesso della creazione (cfr. Gen 1,26). Proprio una tale immagine e somiglianza fa sì che voi poniate quegli interrogativi che dovete porvi. Essi dimostrano fino a che punto l'uomo senza Dio non può comprendere se stesso, e non può neanche realizzarsi senza Dio. Gesù Cristo è venuto nel mondo prima di tutto per rendere ognuno di noi consapevole di questo. Senza di lui questa dimensione fondamentale della verità sull'uomo sprofonderebbe facilmente nel buio. Tuttavia, «la luce è venuta nel mondo» (Gv 3,19; cfr. 1,9) «ma le tenebre non l'hanno accolta» (Gv 1,5).

L'amore «si compiace della verità». Cercatela questa verità là dove essa si trova realmente! Se c'è bisogno, siate decisi ad andare contro la corrente delle opinioni che circolano e degli slogans propagandati! Non abbiate paura dell'amore, che pone precise esigenze all'uomo.

Dio nella creazione ha rivelato se stesso come onnipotenza, che è amore. Nello stesso tempo ha rivelato all'uomo che, come «immagine e somiglianza» del suo Creatore, egli è chiamato a partecipare alla verità e all'amore. Questa partecipazione significa una vita di unione con Dio, che è la «vita eterna».

E l'amore può essere approfondito e custodito soltanto dall'Amore, quell'Amore che viene « riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato » (Rm 5, 5).

«L'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato dato».

Davvero, nell'Eucaristia, ci mostra un amore che va fino «all'estremo» (cfr Gv 13, 1), un amore che non conosce misura.

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri (Gv 13, 35)

L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore (Rm 13, 9-10).

L’amore è più forte della morte. Se Gesù ha accettato di morire sulla croce, facendone la sorgente della vita e il segno dell’amore, non è né per debolezza, né per gusto della sofferenza. È per ottenerci la salvezza e farci fin d’ora partecipi della sua vita divina.

Che cosa è la Grazia? È proprio l’amore che dona. Nel vuoto e nella solitudine di questa notte di Betlemme, l’amore “che dona” del Padre viene al mondo nel Figlio, nato dalla Vergine: un Figlio ci è dato.

A noi, carissimi Fratelli e Sorelle, è rivolto oggi questo messaggio di grazia! Ascoltate, dunque! A tutti coloro "che Dio ama", a quanti accolgono l'invito a pregare e vegliare in questa Santa Notte di Natale, ripeto con gioia: Si è rivelato l'amore di Dio per noi! Il suo amore è grazia e fedeltà, misericordia e verità. E' Lui che, liberandoci dalle tenebre del peccato e della morte, è diventato saldo ed incrollabile fondamento della speranza d'ogni essere umano.

E' difficile non arrendersi all'eloquenza di quest'evento: rimaniamo incantati. Siamo testimoni dell'istante dell'amore che unisce l'eterno alla storia: l'"oggi" che apre il tempo del giubilo e della speranza, perché "ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità" (Is 9,5), come leggiamo nel testo di Isaia.

Ai piedi del Verbo incarnato deponiamo gioie e apprensioni, lacrime e speranze. Solo in Cristo, uomo nuovo, il mistero dell'essere umano trova vera luce.

Con l'apostolo Paolo, meditiamo che a Betlemme "è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini" (Tt 2, 11). Per questa ragione, nella notte di Natale risuonano canti di gioia in ogni angolo della terra ed in tutte le lingue.

Questa notte, davanti ai nostri occhi si compie ciò che il Vangelo proclama: "Dio... ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui... abbia la vita" (Gv 3,16).

Il suo Figlio unigenito!

Il Verbo vagisce in una mangiatoia. Si chiama Gesù, che significa "Dio salva", perché "salverà il suo popolo dai suoi peccati" (Mt 1,21).

Non è una reggia quella in cui nasce il Redentore, destinato ad instaurare il Regno eterno e universale. Nasce in una stalla e, venendo fra noi, accende nel mondo il fuoco dell'amore di Dio (cfr Lc 12,49). Questo fuoco non si spegnerà mai più.

L'unione di Giuseppe e di Maria costituisce il vertice, dal quale la santità si espande su tutta la terra. Il Salvatore ha iniziato l'opera della salvezza con questa unione verginale e santa, nella quale si manifesta la sua onnipotente volontà di purificare e santificare la famiglia, questo santuario dell'amore e questa culla della vita.

Possa questo fuoco ardere nei cuori come fiamma di carità fattiva, che diventi accoglienza e sostegno per tanti fratelli provati dal bisogno e dalla sofferenza!

Dobbiamo riprendere in fretta il nostro cammino. Dobbiamo ripartire gioiosi dalla grotta di Betlemme per riferire in ogni luogo il prodigio di cui siamo stati testimoni. Abbiamo incontrato la luce e la vita! In Lui ci è stato donato l'amore.

In intima comunione con Cristo, Maria, la Vergine Madre, è stata la creatura che più di tutte ha vissuto la piena verità della vocazione, perché nessuno come lei ha risposto con un amore così grande all'amore immenso di Dio.

E' giunta un'era di primavera,
è tempo di cambiare.
E' oggi il giorno sempre nuovo
per ricominciare,
per dare svolte, parole nuove
e convertire il cuore,
per dire al mondo, ad ogni uomo:
Signore Gesù.

Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?

A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?

È cresciuto come un virgulto davanti a lui

e come una radice in terra arida.

Non ha apparenza né bellezza

per attirare i nostri sguardi,

non splendore per provare in lui diletto.

Disprezzato e reietto dagli uomini,

uomo dei dolori che ben conosce il patire,

come uno davanti al quale ci si copre la faccia,

era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,

si è addossato i nostri dolori

e noi lo giudicavamo castigato,

percosso da Dio e umiliato.

Egli è stato trafitto per i nostri delitti,

schiacciato per le nostre iniquità.

Il castigo che ci dá salvezza si è abbattuto su di lui;

per le sue piaghe noi siamo stati guariti.

Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,

ognuno di noi seguiva la sua strada;

il Signore fece ricadere su di lui

l’iniquità di noi tutti.

Maltrattato, si lasciò umiliare

e non aprì la sua bocca;

era come agnello condotto al macello,

come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,

e non aprì la sua bocca.

Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;

chi si affligge per la sua sorte?

Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,

per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.

Gli si diede sepoltura con gli empi,

con il ricco fu il suo tumulo,

sebbene non avesse commesso violenza

né vi fosse inganno nella sua bocca.

Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.

Quando offrirà se stesso in espiazione,

vedrà una discendenza, vivrà a lungo,

si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.

Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce

e si sazierà della sua conoscenza;

il giusto mio servo giustificherà molti,

egli si addosserà la loro iniquità.

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,

dei potenti egli farà bottino,

perché ha consegnato se stesso alla morte

ed è stato annoverato fra gli empi,

mentre egli portava il peccato di molti

e intercedeva per i peccatori.

Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,

la gloria del Signore brilla sopra di te.

Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra,

nebbia fitta avvolge le nazioni;

ma su di te risplende il Signore,

la sua gloria appare su di te.

Cammineranno i popoli alla tua luce,

i re allo splendore del tuo sorgere.

Alza gli occhi intorno e guarda:

tutti costoro si sono radunati, vengono a te.

I tuoi figli vengono da lontano,

le tue figlie sono portate in braccio.

A quella vista sarai raggiante,

palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,

perché le ricchezze del mare si riverseranno su di te,

verranno a te i beni dei popoli.

Uno stuolo di cammelli ti invaderà,

dromedari di Madian e di Efa,

tutti verranno da Saba, portando oro e incenso

proclamando le glorie del Signore.

Per amore di Sion non tacerò,

per amore di Gerusalemme non mi darò pace,

finché non sorga come stella la sua giustizia

e la sua salvezza non risplenda come lampada.

Allora i popoli vedranno la tua giustizia,

tutti i re la tua gloria;

ti si chiamerà con un nome nuovo

che la bocca del Signore indicherà.

Sarai una magnifica corona nella mano del Signore,

un diadema regale nella palma del tuo Dio.

Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,

né la tua terra sarà più detta Devastata,

ma tu sarai chiamata Mio compiacimento

e la tua terra, Sposata,

perché il Signore si compiacerà di te

e la tua terra avrà uno sposo.

Sì, come un giovane sposa una vergine,

così ti sposerà il tuo architetto;

come gioisce lo sposo per la sposa,

così il tuo Dio gioirà per te.

Allora la tua luce sorgerà come l’aurora,

la tua ferita si rimarginerà presto.

Davanti a te camminerà la tua giustizia,

la gloria del Signore ti seguirà.

Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà;

implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi! ”.

Se toglierai di mezzo a te l’oppressione,

il puntare il dito e il parlare empio,

se offrirai il pane all’affamato,

se sazierai chi è digiuno,

allora brillerà fra le tenebre la tua luce,

la tua tenebra sarà come il meriggio.

Ti guiderà sempre il Signore,

ti sazierà in terreni aridi,

rinvigorirà le tue ossa;

sarai come un giardino irrigato

e come una sorgente

le cui acque non inaridiscono.

La tua gente riedificherà le antiche rovine,

ricostruirai le fondamenta di epoche lontane.

Ti chiameranno riparatore di brecce,

restauratore di case in rovina per abitarvi.











 

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